Le emozioni a lavoro

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(A cura di Luisa Fossati – Psicologa e Psicoterapeuta)

A cosa servono le emozioni?

Emozione è una parola di origine latina che significa Muovere. Possiamo, quindi, intendere le emozioni come spinte ad agire per far fronte alle esperienze che fronteggiamo nella vita quotidiana.

Le emozioni sono innate e hanno un valore fortemente adattivo perché danno “un colore” all’esperienza che stiamo vivendo orientandoci all’azione.

Pensiamo, ad esempio, di essere comodamente seduti a prendere il sole su una bella sdraio in un giardino. Se sentissimo un rumore e vedessimo che ai nostri piedi si sta avvicinando un serpente, è altamente probabile che saremmo pervasi dalla paura e fuggiremmo. Quella fuga è stata mediata pochissimo dalla nostra mente razionale, è stata la nostra mente emotiva a farcela dare a gambe!

Le emozioni come bussola interna

La paura, come in questo caso, predispone alla fuga, la rabbia  riconosce un ostacolo e ci prepara all’attacco per rimuoverlo; la tristezza spinge al ritiro o alla richiesta di aiuto per recuperare energie, la gioia favorisce la cooperazione.

Fortunatamente, di solito, non passiamo le nostre giornate a rischiare la vita ma le emozioni ci accompagnano costantemente nella valutazione di tutte le esperienze che facciamo nella quotidianità.  Si può comprende quindi come le emozioni siano una sorta di bussola interna che ci aiuta nell’organizzazione del pensiero e nell’azione. Potremmo aggiungere quindi che le emozioni ci aiutano a prendere decisioni sostenibili.

Tuttavia, nella cultura europea le emozioni non vengono viste tanto di buon occhio (si pensi che su sette vizi capitali, quattro sono emozioni…) perché è come se fossero un qualcosa di pervasivo, dunque dal potenziale distruttivo e che, quindi, deve essere controllato. Inoltre, non è raro vedere in azienda le persone che agiscono solo ed esclusivamente in funzione di ciò che ritenuto giusto o efficiente. In teoria non ci sarebbe nulla di male in quest’ultimo ragionamento; tuttavia, spesso l’informazione emotiva non viene presa in considerazione nel valutare ciò che è giusto; un po’ come se nello scegliere un abito non si tenesse conto di quanto ci sentiamo a nostro agio nel portarlo. La stessa formazione aziendale, se ci pensate bene, ha sempre fatto leva sull’implementazione di strumenti razionali tralasciando spesso e volentieri gli strumenti legati al self awarness. Pensate per esempio nel Time Management o nel Parlare in Pubblico.

Le emozioni nelle culture aziendali

Facciamo un esempio. Avete mai avuto un capo non empatico? Vedo le vostre facce quindi immagino di sì. Un capo poco empatico è una persona che non prende in considerazione il vissuto dell’altro non necessariamente perché non vuole ma a volte anche perché l’emozione dell’altro non viene riconosciuta e comunque non viene ritenuta importante a fini professionali. Come vi ha fatto sentire quel capo non empatico? Quali erano le strategie relazionali che mettevate in atto per interagire con lui? Cosa vi suscitava? Difficilmente un capo poco empatico riesce a motivare i suoi collaboratori. La motivazione ha molto a che fare con l’emozione. Pensate: cos’è che vi motiva?

Vedrete che nella risposta che avete dato c’è dentro qualcosa che vi fa stare bene.

Così, se per motivi aziendali vengono fatti dei cambiamenti senza tenere conto dell’impatto emotivo che hanno, il rischio è che l’impatto sulle persone possa essere molto negativo.

Mi viene in mente un’azienda di moda in cui ho fatto una consulenza qualche anno fa in cui alcune persone vennero investite di un altro ruolo, spesso di maggior prestigio, senza tenere conto però degli aspetti emotivi e quindi motivazionali che questo implicava. Banalmente un ruolo più sfidante può fare paura…e anche se tra un ruolo sfidante e un serpente c’è una bella differenza la paura fa fuggire o immobilizza….

Concludo con una bella frase di Leslie Greenberg (un grande psicoterapeuta americano che da anni si occupa dello studio delle emozioni) che ben racconta, secondo me come stanno insieme emozione e cervello.

“Abbiamo bisogno che l’emozione ci informi su cosa è nel nostro interesse e stabilisca uno scopo da raggiungere; abbiamo bisogno della conoscenza perché ci aiuti a dare un senso alla nostra esperienza e della ragione perché ci aiuti a decidere sul modo migliore per raggiungere lo scopo o per soddisfare il nostro interesse nel nostro contesto culturale specifico”.

★ Articolo a cura di Luisa Fossati –  psicologa psicoterapeuta lavora come ricercatrice, consulente e assessor in Hogrefe Editore. Si occupa di progettazione e messa a punto di percorsi di assesment oltre che di formazione sugli strumenti di valutazione ai professionisti delle risorse umane. Ha seguito l’adattamento italiano di test per lo più di personalità.

Bibliografia

Le Doux, J.E. (1994). Emotion, memory and the brain. Scientific American, 27 (6), 32 – 39

Greenberg, L e Pavio, S. (2000). Lavorare con le emozioni in psicoterapia integrata. Roma: Sovera editore

Goleman, D. (2011). Intelligenza emotiva: che cos’ è e perché può renderci felici. Milano: Bur.

Fossati, L.; Malaguti, D. (2014). La congruenza nella progettazione delle scelte professionali. Per una consulenza di carriera centrata sulla persona. Da Persona a Persona, 111 – 130

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